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Visita Vice Presidente

Juan Afara, Vice Presidente della Paraguay visita las Cabezas...

Febbraio 2014 da FerSam

AGROPECO

Si scrive Agropeco ma si pronuncia "impresa naturale": questa grande azienda paraguaiana rappresenta la sintesi...

Gennaio 2014 da FerSam

L'agricoltura guarda e Est con Stavropol.

L’agricoltura moderna guarda a est. Ma non solo perché il mercato fondiario è fortemente competitivo...

Settembre 2012 da FerSam

Open Grounds Farm: un caso da manuale.

Open Grounds Farm è uno dei molti progetti internazionali che costituiscono il know how di Fersam...

Agosto 2012 da FerSam

Las Cabezas, un miracolo tutto italiano.

Senza aratro, senza erpice ma soprattutto senza irrigare: si produce così a Las Cabezas, l’azienda agricola...

Luglio 2010 da FerSam

OPEN GROUNDS FARM

Un Caso Da Manuale

Per raggiungere l’obiettivo, i tecnici della società italiana hanno applicato soluzioni antiche, adattandole alla particolare situazione idrogeologica dell’area. Nell’impresa di Open Grounds Farm si intravede tutta la competenza accumulata nei secoli dai grandi bonificatori del Delta del Po, a partire dagli Este, i Signori di Ferrara.

Il gruppo Ferruzzi, di cui Fersam conserva e ripropone i valori e la competenza in campo agroindustriale, rinnovò infatti la grande tradizione delle bonifiche con cui nel XV secolo la casa d’Este rilanciò l’agricoltura nella pianura padana orientale e, con essa, diede concretezza economica al Rinascimento italiano.

Open Grounds Farm si trova proprio su quelle coste atlantiche che gli esploratori europei toccarono mentre quel “miracolo italiano” raggiungeva il suo massimo splendore e gli agronomi italiani hanno portato effettivamente in questa regione degli Stati Uniti un nuovo rinascimento, fondato su un approccio integrato ai problemi agricoli.

La capacità di gestire un sistema integrato

A Open Grounds Farm i tecnici italiani hanno messo in atto un insieme di attività – dalla coltivazione alla lavorazione e alla commercializzazione delle commodities – che interagiscono con il mercato locale. L’operazione non è riuscita solo a indirizzare la coltivazione intensiva del suolo verso il rispetto dell’ambiente ma anche a conciliare lo sfruttamento agricolo con gli altri interessi presenti in zona, a partire da quelli dell’industria ittica, che si basano sullo sfruttamento delle acque pubbliche.

Le acque di quest’area sono infatti salmastre e ospitano una gran varietà di pesci, crostacei e molluschi. Questa filosofia è rimasta e si è arricchita in Fersam: a distanza di decenni, essa mantiene la consapevolezza del fatto che la realizzazione di un modello di sviluppo rurale va pensata “ad hoc”, nel rispetto del contesto socioeconomico locale, e si impegna a salvaguardare gli equilibri di tutto l’ecosistema, che possono essere compromessi se il processo di antropizzazione è gestito malamente.

Nel caso in esame, è parso chiaro fin dall’inizio che complessi meccanismi di interdipendenza legavano tra loro l’ecosistema, l’economia e la società della regione, e neppure soltanto di essa: questa iniziativa rispondeva a esigenze più ampie dello stesso North Carolina e la sua irrinunciabilità derivava precisamente dal fatto che, di fronte all’esigenza di aumentare la produzione agroalimentare statunitense, le terre del Sudest rappresentavano una delle poche risorse a disposizione per progetti di agricoltura intensiva.

Saper riconciliare agricoltura e ambiente

Ricerche e lavori di sistemazione agraria sono durati complessivamente cinque anni, cioè dal 1974 al 1978, e, fatto particolarmente importante, si sono sviluppati in perfetto parallelismo. Mentre la Open Grounds Farm Inc. procedeva alla bonifica e allo sfruttamento agricolo intensivo dell’area, le acque degli estuari del South River venivano state sottoposte allo studio di équipes di ricerca, le quali, attraverso un monitoraggio sistematico, hanno verificato che lo sviluppo agricolo dell’area non provoca variazioni significative né nella salinità delle acque, né nella concentrazione d’ossigeno, né nella massa di fitoplancton presente nelle acque del fiume, né la pescosità della vicina laguna.

Questi esami sono proseguiti nel tempo e hanno confermato che il modello di agricoltura integrata applicato dai tecnici italiani non inquina le risorse idriche e non danneggia la vita animale e vegetale. Il passaggio dell’area da palude arborata a coltivazione intensiva non ha dunque sconvolto la natura ma ha portato semmai un nuovo equilibrio: ad esempio, sono aumentati enormemente i volatili stanziali come tortore e quaglie, e la selvaggina migratoria, visto che l’area oggi può offrire loro un habitat più ospitale e maggiori risorse alimentari. La “riconciliazione” tra un processo a forte impatto ambientale e l’ecosistema è stata resa possibile anche dal fatto che in questi anni l’impresa privata, gli organismi di controllo pubblici e le università hanno lavorato gomito a gomito “all’interno” di Open Grounds Farm.

Avendo potuto riscontrare competenza e correttezza nel management italiano, questo controllo pubblico non solo non ha imposto rallentamenti né correzioni di rotta al progetto ma ne ha fatto un modello di gestione. I soggetti pubblici e privati che hanno collaborato nell’impresa, infatti, attraverso di essa hanno potuto elaborare una serie di raccomandazioni “erga omnes” circa il drenaggio di questo tipo di terre, hanno individuato nuovi sistemi per minimizzare l’impatto di queste operazioni sulla salinità delle acque, hanno selezionato le migliori soluzioni per ridurre le particelle solide in sospensione e l’aumento di nutrienti che avviene in coincidenza con quello del flusso idrico e, in definitiva, hanno lottato insieme contro l’eutrofizzazione delle acque che in queste aree rappresenta un rischio concreto e che negli anni successivi si sarebbe riproposta anche in Europa in tutta la sua drammaticità.

Cinque anni di bonifica “condivisa”

Come abbiamo visto, la decisione di bonificare la regione del South River (e del Neuse River in cui il primo si immette) rispondeva alla necessità di sfruttare, in un momento di crescente domanda di cibo, anche quei terreni che per secoli erano rimasti al margine del processo produttivo: acquitrini attraversati da sentieri abbandonati, utilizzati solo nella stagione della caccia.

Mettere a coltura terre umide di quest’ampiezza richiedeva la capacità di modificare in modo permanente l’equilibrio idrico della regione con progetti di drenaggio su larga scala. Nell’area erano stati fatti in passato dei tentativi limitati di bonifica, ma erano falliti.

Nel momento in cui l’impresa partì, la probabilità di successo era considerata talmente bassa che il legislatore non si era neppure posto il problema di normare questo ambito. La società italiana che acquisì l’area attuò una strategia di condivisione con le autorità pubbliche, offrendo loro la possibilità di controllare da vicino il processo di trasformazione dell’area e, per la prima volta, un’intera azienda agricola di grandi dimensioni è diventata un immenso laboratorio dove i funzionari statali e federali e i ricercatori universitari potevano studiare in presa diretta le modalità dello sfruttamento agricolo e gli effetti sulle acque della vicina laguna e sui loro abitanti. Quest’esperienza è proseguita negli anni Ottanta e Novanta, con il progetto Aries (Agricultural Runoff Into Estuarine System), nell’ambito del quale i tecnici italiani hanno collaborato con la Duke University, con l’Agenzia federale per la protezione dell’ambiente e con le Università del Minnesota e del North Carolina.

Il progetto Aries ha studiato il comportamento di alcuni pesticidi dall’applicazione ai residui nelle acque e nella fauna acquatica, dando un contributo fondamentale alla formulazione di nuovi criteri per una gestione aziendale “ecologica” che oggi fanno parte del know how di Fersam.

Uno studio approfondito

Questa operazione è partita con un approfondito studio pedologico dell’area, avvenuto con il contributo del Soil Conservation Service, che ha messo in evidenza la disomogeneità dei suoli. In questa zona degli Usa, infatti, troviamo riprodotte su larga scala le condizioni del delta padano: il clima, influenzato dalla corrente del Golfo, presenta inverni miti ed estati calde, umide e piovose; le blacklands, terreni particolarmente scuri, presentano un alto contenuto di sostanza organica e sono per alcuni versi simili ai terreni di torba del Ferrarese. Come quelli, sono difficili da lavorare con le grandi e pesanti attrezzature utilizzate nelle colture intensive.

La bonifica idraulica di Open Grounds Farm ha seguito modalità riscontrabili anche nelle aree ferraresi che si trovano al di sopra del livello del mare: gli studi altimetrici condotti dagli esperti italiani hanno indicato la possibilità di drenare per gravità il territorio e per farlo, sono stati costruiti grandi canali collettori (una rete, oggi, di 320 km.), che hanno suddiviso questo territorio come una griglia formando dei quadrati di un miglio di lato. Questi collettori erano a loro volta attraversati da altre opere di drenaggio, tra cui 1.600 km di scoline. Dove esistevano antiche canalizzazioni, esse sono state ripristinate e allargate; le strade interne sono state ristrutturate o costruite ex novo, per un totale di 390 km; sono stati realizzati infine i fabbricati e le altre infrastrutture necessarie all’attività agricola.

Il “tappeto vegetale”

Le caratteristiche del suolo, come abbiamo detto impedivano le lavorazioni, rese ancor più complesse dalla presenza della vegetazione autoctona dalle radici intricate e profonde. Su questo piano, l’operazione si presentava di una complessità inedita: il 60% del terreno era coperto di swamp, la foresta paludosa tipica della zona, e per renderlo coltivabile si è reso necessario procedere, dopo il drenaggio, ad un vero e proprio disboscamento e a profonde lavorazioni del terreno. Anche in questo caso, la tecnica utilizzata è stata originale: un bulldozer attrezzato con una lama affilata ha tagliato il terreno a 10-15 centimetri di profondità e l’ha fatto rotolare su se stesso, spingendolo fino al centro del campo, proprio come se fosse un tappeto vegetale.

Al termine di questi lavori, e una volta livellato il terreno, è stato corretto il suo grado di acidità, somministrando grandi quantità di calcare, ed è iniziata la coltivazione: ancora oggi Open Grounds Farm prosegue la propria attività e mantiene la propria redditività applicando i sistemi di lotta integrata e le pratiche agronomiche avviate dai progettisti italiani e raccomandate dalle istituzioni statali e federali.

La lotta integrata rende

Open Grounds Farm ha rappresentato un banco di prova per le strategie di lotta integrata alle infestanti e agli insetti. L’agrochimica costituisce la spesa più consistente per il bilancio delle aziende agricole statunitensi, tuttavia le stesse autorità ammettono che la rinuncia ad alcuni pesticidi comporterebbe forti decrementi produttivi, che si rifletterebbero direttamente sui prezzi delle derrate alimentari. L’esperienza degli uomini Fersam dimostra che è possibile conciliare l’uso di pesticidi ed erbicidi, e quindi l’efficienza produttiva, con il rispetto della natura, applicando i principi della gestione integrata dei pesticidi.

La lotta integrata associa nel controllo delle infestanti, degli insetti e delle fitopatologie tutti gli strumenti possibili, dalle pratiche agronomiche, alla competizione tra le diverse specie vegetali, alla lotta biologica, ecc. Nel caso concreto, gli agronomi italiani hanno dato vita a una vera e propria azienda-giardino e questo risultato è stato tutt’altro che casuale: alla base di questo successo vi è uno studio approfondito delle condizioni ambientali (clima, terreno, popolazione infestante), l’individuazione della soglia economica d’intervento (intesa come densità critica di infestazioni, al di sopra della quale il costo dell’agrofarmaco è inferiore al beneficio generato dall’incremento produttivo corrispondente) e l’impiego di strumenti non chimici per il controllo delle infestanti.

Il risultato finale di questo impegno è sicuramente appagante. Ancora oggi, l’azienda è attiva nella coltivazione (in rotazione) di cereali e oleaginose e la sua produttività, come testimoniano anche le pubblicazioni di autorità scientifiche indipendenti, è estremamente elevata: i dipendenti sono poche decine e intensa è la meccanizzazione delle diverse fasi colturali. Ancora oggi, che è ancora di proprietà di un gruppo italiano, Open Grounds Farm è un’impresa che rende.

EXTRA


"Aioh" - Livio Ferruzzi, una vita per agricoltura.


1a PARTE


2a PARTE