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Visita Vice Presidente

Juan Afara, Vice Presidente della Paraguay visita las Cabezas...

Febbraio 2014 da FerSam

AGROPECO

Si scrive Agropeco ma si pronuncia "impresa naturale": questa grande azienda paraguaiana rappresenta la sintesi...

Gennaio 2014 da FerSam

L'agricoltura guarda e Est con Stavropol.

L’agricoltura moderna guarda a est. Ma non solo perché il mercato fondiario è fortemente competitivo...

Settembre 2012 da FerSam

Open Grounds Farm: un caso da manuale.

Open Grounds Farm è uno dei molti progetti internazionali che costituiscono il know how di Fersam...

Agosto 2012 da FerSam

Las Cabezas, un miracolo tutto italiano.

Senza aratro, senza erpice ma soprattutto senza irrigare: si produce così a Las Cabezas, l’azienda agricola...

Luglio 2010 da FerSam

STAVROPOL

L’agricoltura guarda a Est con “Stavropol”

L’agricoltura moderna guarda a est. Ma non solo perché il mercato fondiario è fortemente competitivo: siamo in grado di esportare in quei Paesi la tecnologia più avanzata, unita all’esperienza di secoli di scienza agraria europea, il know how di grandi gruppi agroindustriali che, partendo dall’Italia, hanno cambiato il modo di produrre alimenti ed energia in tutto mondo.

Un nome per tutti è Ferruzzi e Fersam nasce da quell’esperienza. Stessa proprietà (la famiglia Ferruzzi-Sama), stesso management (Livio Ferruzzi, responsabile del progetto allora, a.d. della Fersam oggi) e stesso progetto: portare nel mondo un’agricoltura moderna, produttiva, sostenibile. Proprio come gli uomini della Fersam hanno dimostrato di saper fare un ventennio fa, nel contesto turbinoso dell’allora Unione Sovietica.

Se oggi l’agricoltura moderna può guardare a est, lo si deve infatti al successo di Stavropol, un maxi-progetto integrato che risale alla fine degli anni Ottanta. Quell’iniziativa nacque come accordo di collaborazione tra la Ferruzzi Finanziaria e il Comitato agroindustriale dell’Unione sovietica, in base al quale il gruppo italiano, già allora leader mondiale nel settore, mise a disposizione del partner le proprie tecnologie per la produzione di mais, barbabietola da zucchero, sorgo e cereali a paglie, erba medica, girasole, soia e ortofrutta, nonché per l’allevamento di bestiame di qualità. Erano gli anni della glasnost, della perestroika e soprattutto dell’uskorenie, vale a dire del’accelerazione dello sviluppo economico, tutti principi lanciati dal XXVII congresso del Pcus, nel 1986.

Gorbaciov, che veniva proprio dalla provincia agricola di Stavropol, aveva presentato personalmente questa svolta in Italia, con una storica visita, mentre si aprivano le porte del mondo sovietico alle nostre imprese. "Fummo selezionati – ricostruisce Livio Ferruzzi – in base alla nostra esperienza mondiale nel settore agroalimentare e non fu certamente un caso. L’Urss stava uscendo da una lunga fase di crisi, segnata dal fallimento dei piani quinquennali e di investimenti sbagliati ed onerosi, soprattutto in campo militare, nelle grandi città aleggiava ancora lo spettro della fame e la malnutrizione era una problema generale della popolazione. Il comparto scontava perdite colossali: si pensi che la quantità di grano che andava perduta dal campo al negozio era pari a quella che l’Urss importava dagli Stati Uniti".

Senza dubbio, questi problemi concorsero a indebolire la leadership di Gorbaciov, che perse il potere nel 1991, e indussero i sovietici a chiedere aiuto ai nostri agronomi, gli stessi che danno concretezza all’impegno Fersam in Europa e Sudamerica. L’approvvigionamento di materie prime assumeva allora un ruolo strategico per il gigante russo e la grande disponibilità di risorse naturali, associata alla presenza di un’agricoltura ancora arretrata ma di solida tradizione, legittimava una scommessa ambiziosa come quella di Stavropol.

I tecnici Ferruzzi riuscirono a ottimizzare la struttura dei prodotti russi, migliorarne la qualità e ampliarne la gamma, introducendo nuove sementi e nuove razze animali, ma anche applicando tecnologie già sperimentate dal Gruppo in tutto il mondo e utilizzando macchine agricole meglio rispondenti di quelle sovietiche agli standard del mercato agroalimentare mondiale.

L’obiettivo dell’operazione era quello di rendere efficienti le immense aziende agricole dell’Urss ed efficaci i centri industriali di quel Paese. Quell’obiettivo è stato centrato. I nostri tecnici progettarono e realizzarono anche dei nuovi impianti agroindustriali che avevano il pregio di utilizzare tecnologie “pulite” ed a risparmio energetico, due plus che la politica economica dell’Urss, potendo contare su risorse energetiche pressoché illimitate e concependo la produzione industriale come un valore indiscutibile, aveva sempre trascurato.

La Rivoluzione d’Ottobre

Tutto questo avvenne diciotto anni fa e fu decisiva la capacità degli agronomi e degli economisti che oggi operano in Fersam e che, grazie alla solida esperienza internazionale, seppero introdurre nel mondo del lavoro sovietico, che usciva da un lungo periodo di stasi per affrontare un rapido cambiamento, dei vigorosi elementi di innovazione, nuove forme di organizzazione, una razionalizzazione degli stessi impianti di trasformazione. Insomma, una vera e propria svolta per la stagnante agroindustria di quel Paese, che si trovò a vivere, quantomeno in quel distretto, una nuova “rivoluzione d’ottobre”.

L’accordo fu sottoscritto infatti il 19 ottobre del 1988 e ogni intervento fu concordato con le autorità locali. Il programma di lavoro assunse fin dall’anno successivo dimensioni ragguardevoli: si trattava di trasformare non soltanto il modo di coltivare la terra ma anche, e radicalmente, quello di lavorare le derrate, mettendo mano alle tecnologie e all’organizzazione di zuccherifici, oleifici, macelli, centrali del latte, salumifici, caseifici…

Interventi impegnativi riguardarono l’industria conserviera e quella dei mangimi, né va dimenticato che Ferruzzi si occupò di revisionare l’intero sistema infrastrutturale al servizio delle unità produttive: strade, silos, ma anche industrie per l’imballaggio dei prodotti finiti. Quest’azione ha richiesto ovviamente un’intensa preparazione, in termini di progettazione e sperimentazione, ma anche di training del personale russo, avvenuto soprattutto in Italia.

Gli obiettivi del progetto

Questo progetto integrato, agricolo e agroindustriale, ha riguardato un’area produttiva di oltre 500.000 ettari nella regione di Stavropol, ubicata nell’attuale Russia, allora Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa. La regione interessata si trova sul 45° parallelo a nord del Caucaso, tra il Mar Nero e il Mar Caspio.

L’estensione del modulo non deve stupire, giacché per ottimizzare i processi in esame è necessario disporre di grandi appezzamenti di terreno e l’aver testato e risolto tutte le problematiche delle grandi colture intensive ha fatto di Stavropol una sorta di prototipo per le scienze agrarie moderne. La “mission” assegnata al partner europeo dall’accordo di collaborazione era chiara: la soia, poco diffusa a quel tempo nei territori dell’Urss, doveva raggiungere rese comparabili a quelle dei paesi occidentali; la coltivazione del mais doveva essere meccanizzata e, attraverso interventi più sistematici di difesa delle colture e di fertilizzazione, si puntava a incrementarne la produttività, senza trascurare la necessità di modernizzare le strutture di stoccaggio, situate in kolchoz e solkos; anche nel campo della barbabietola da zucchero si dovevano ottenere maggiori performances in termini di produzioni unitarie e di rese finali, agendo sulle varietà coltivate e sulla meccanizzazione ancora carente in quel Paese; un impegno particolare è stato profuso nelle colture foraggere mentre l’intervento sui cereali a paglia è stato mirato a introdurre frumento a più elevato tenore di glutine, anche per dare un rinnovato impulso alla panificazione e all’industria dolciaria.

Complessivamente, in campo cerealicolo, i tecnici Ferruzzi hanno portato nel contesto sovietico nuove pratiche colturali, un approccio moderno alla difesa fitosanitaria e sistemi di pulitura, essiccamento e stoccaggio al passo con i tempi, che hanno permesso di ridurre le ingenti ed annose perdite del sistema agroindustriale, assicurando la qualità dei prodotti finali.

Una vera e propria sfida è stata la creazione di un nuovo sistema di selezione delle sementi, essenziale per supportare l’ambizioso progetto di Stavropol ed estenderlo successivamente ad altre aree dell’Est europeo. "Non è stato semplice" – ammette ora Livio Ferruzzi – "anche perché si partiva da un contesto culturale molto particolare. I russi, ad esempio, erano convinti che la soia non sarebbe mai cresciuta nei loro terreni, che cioè non valesse la pena impegnarvisi, ma noi dimostrammo che non era vero. Quando i primi mille ettari di questa oleaginosa diedero frutto, però, non si sapeva che fare del raccolto, perché mancavano gli impianti di lavorazione."

La produttività raddoppia

Dal 1989 nei campi sperimentali russi gestiti dai ricercatori italiani sono state realizzate 2.200 parcelle che hanno consentito di avviare, dall’anno successivo, colture a pieno campo su 1.000 ettari di mais, 1.000 ettari di soia, 1.000 ettari di barbabietola da zucchero. Macchine, sementi e agrofarmaci italiani hanno dimostrato che era possibile conseguire da subito degli incrementi estremamente significativi, rispetto alla contemporanea produzione sovietica: nei campi di Stavropol, infatti, il mais “italo-russo” ha reso il 171% in più, la soia il 100% in più e la barbabietola da zucchero il 98% in più, rispetto alle rese unitarie registrate in altre zone del Paese.

L’accordo prevedeva che la società italiana fosse remunerata in base all’incremento produttivo e questa circostanza fece in modo che, quando nel 1991 l’Urss “implose” e Gorbaciov perse il potere, il saldo dell’operazione per il Gruppo fosse comunque positivo. A quell’epoca, le coltivazioni a pieno campo avevano raggiunto infatti i diecimila ettari ed era ultimata la progettazione degli interventi agricoli su tutti i 500.000 ettari del modulo. La rapidità di attuazione di questo grande progetto non significa che gli esperti Ferruzzi non abbiano dovuto affrontare dei problemi di speciale complessità. Si consideri infatti che Stavropol - la provincia che Gorbaciov aveva governato all’inizio della sua carriera politica - costituiva già prima dell’intervento europeo un distretto economico avanzato, se paragonato al resto dell’Unione. Ricca di petrolio, gas naturale, materiali da costruzione e metalli, era stata al centro di importanti investimenti in campo energetico. I terreni fertili coprivano il 40% del territorio e il clima era da sempre favorevole alle colture intensive. Quando i nostri agronomi vi si applicarono, Stavropol, che era di fatto il granaio dell’Urss, presentava quindi dei rendimenti unitari già nettamente superiori a quelli che si incontravano nel resto del Paese; eppure anche qui la produttività della maidicoltura raggiungeva a stento il 40% dello standard occidentale, gli addetti erano il quadruplo di quelli impiegati nelle aziende americane o francesi e le derrate alimentari, malgrado la vicinanza a mercati molto ricettivi, continuavano a deteriorarsi nei magazzini a causa della disastrosa disorganizzazione della macchina industriale e distributiva. Nessuna sorpresa insomma, se l’Unione sovietica era costretta a importare ogni anno dai 15 ai 25 milioni di tonnellate di cereali dagli Usa e milioni di tonnellate di burro, latte in polvere e carne dall’Unione europea!

Mangiare di più, mangiare meglio

Il miglioramento varietale e tecnologico nel campo dei cereali e delle protoleaginose è stato condotto fin dall’89 in modo tale da contribuire anche allo sviluppo dell’industria mangimistica, un passaggio fondamentale per alimentare l’altro “cuore” di Stavropol, la zootecnia. A quel tempo, l’Urss aveva, come abbiamo visto, un concreto problema di malnutrizione e diventava fondamentale, pertanto, il poter garantire alla popolazione un approvvigionamento duraturo di proteine nobili, quali quelle di origine animale.

Constatando la situazione di partenza, Livio Ferruzzi puntò allora su suini, bovini e ovini, muovendosi sul duplice fronte della carne e del latte. Partendo da un “parco” di 1.000.000 di capi, esclusi gli allevamenti avicunicoli, i tecnici italiani predisposero una serie di interventi sulle razioni alimentari, aumentandovi le farine proteiche (soia e girasole) e bilanciandole con l’uso di mangimi concentrati.

Seguendo questo programma, la sperimentazione su bovini da carne e da latte e sui suini è partita già nel 1989 e in un secondo tempo sono state condotte le necessarie iniziative di miglioramento genetico e zooiatrico per accrescere la qualità media degli allevamenti e una graduale trasformazione degli impianti zootecnici fissi, come stalle e ricoveri, nonché una razionalizzazione delle attrezzature utilizzate per la produzione e il trasporto del latte.

Dal campo alla fabbrica

L’investimento agronomico e di infrastrutture sostenuto nel settore primario non si comprenderebbe senza un analogo impegno sul fronte industriale. Il programma di collaborazione aveva previsto per questo una radicale ristrutturazione degli impianti esistenti e la creazione di nuovi insediamenti industriali, sufficienti a trasformare tutte le materie prime agricole che sarebbero state prodotte a regime nell’area interessata dal progetto italo-russo.

Quando l’accordo si interruppe, nei primi anni Novanta, in seguito alla rivoluzione che portò Eltsin al potere, era stata completata la progettazione di stabilimenti per la produzione di zucchero, oli, amido, lievito, acido citrico e mangimi, destinati ad alimentare le filiere dell’alimentazione umana e animale. Inoltre, era previsto l’insediamento di macelli e industrie di lavorazione delle carni, centrali del latte e caseifici, in grado di lavorare, confezionare e supportare logisticamente anche la distribuzione dei prodotti finiti sul territorio russo. Le nuove industrie conserviere completavano il panorama della dotazione industriale.

Fino al 1991, Livio Ferruzzi e i suoi collaboratori hanno conferito al progetto il know how necessario per ottimizzare il sistema agroindustriale, claudicante sul piano delle economie di gestione. Attraverso questo canale sono state “importate” in Russia le competenze necessarie per far crescere un’industria dell’energia partendo dalle biomasse prodotte in quella regione e realizzare impianti di trattamento dei reflui, anche allo scopo di raggiungere un nuovo equilibrio tra agroindustria e ambiente, che, come abbiamo visto, rappresentava un fronte “scoperto” a quell’epoca in Urss. Oggi questa sensibilità ecologica rappresenta lo standard dell’impresa Fersam nel mondo.

EXTRA


"Aioh" - Livio Ferruzzi, una vita per agricoltura.


1a PARTE


2a PARTE